• chiarapesentiagost

Lenny e la fine del mondo

Da quando aveva trovato quella nuova sistemazione, Lenny trascorreva le giornate saldamente attaccato al suo stelo, mangiando e dormendo, in attesa della Grande Trasformazione di cui gli aveva parlato l’anziana della comunità.

Gli aveva narrato, la saggia Louse, delle catastrofi che in passato avevano sterminato la loro gente: nubi soffocanti che facevano cadere in un sonno senza risveglio, mostruose creature dai denti sottili e implacabili e, soprattutto, il grande Tsunami, che con le sue onde spumose poteva spazzar via interi villaggi.

Lenny ascoltava le terribili parole dell’anziana, ma, come tutti i giovani, si sentiva abbastanza forte per superare qualunque prova.

I giorni passavano, e il momento della Grande Trasformazione era ormai imminente: Lenny sentiva il suo corpo prendere forma, gli occhi farsi più acuti, le membra desiderose di staccarsi dallo stelo.

La vecchia Louse guardava con orgoglio i giovani che stavano per partire verso nuovi mondi da colonizzare, a decine, con lo stesso spirito d’avventura che aveva anche lei quando era giunta al villaggio, tanto tempo prima.

Avevano fatto festa, saltando qua e là come impazziti di gioia, giocando a nascondino tra gli steli, provando per la prima volta a saggiare il terreno sottostante: una sensazione nuova e inebriante.

A un tratto, però, Lenny era stato sbalzato via da qualcosa di morbido che era piombato dall’alto e si muoveva freneticamente, scompigliando gli steli e graffiando il terreno, e subito dopo aveva udito un urlo fortissimo, e vicino.

In un attimo tutti avevano smesso di festeggiare e si erano rintanati dietro agli steli.

Solo Lenny e la vecchia Louse erano rimasti al loro posto, con gli occhi puntati verso l’alto. L’oggetto morbido si era ritirato all’improvviso, dopo l’urlo, e ora non si sentiva più alcun rumore.

Di lì a poco, però, uno scroscio d’acqua aveva rotto il silenzio, e le prime grosse gocce avevano cominciato a cadere, sempre più fitte, fino a diventare un fiume in piena, la cui corrente calda trascinava con sé ogni cosa.

Lenny fece in tempo ad aggrapparsi a uno stelo, e vide che anche Louse era riuscita a mettersi in salvo.

«Ce l’abbiamo fatta, eh Louse?» le disse, con la leggerezza di chi non aveva mai creduto di essere veramente in pericolo.

La vecchia teneva gli occhi fissi al cielo sopra gli steli, come in attesa.

«È la fine del mondo, Lenny. Salvati, se puoi!» gli sussurrò dolcemente.

Un attimo dopo, un torrente di schiuma bianca si abbatté sul villaggio, spinta in tutte le direzioni da qualcosa di meno morbido di prima, che si muoveva su e giù con vigore. Poi era arrivata la grande ondata, a lavare via i resti di coloro che non erano riusciti a sfuggire allo Tsunami.

La vecchia Louse era stata la prima a essere travolta, e ora il suo corpo giaceva sul bianco accecante della vasca. Prima che il pettine dai fitti denti di metallo giungesse a rimuovere i resti di quel massacro, Lenny riuscì a spiccare un salto verso l’alto, via da tutto quell’orrore.

«Missione compiuta!» aveva sorriso la mamma della piccola Lucia, avvolgendole la testa con un asciugamano. «Ora quei brutti pidocchi non ti daranno più fastidio!»

Dall’alto della sua nuova sistemazione, Lenny guardava la scia di schiuma e i minuscoli puntini bruni nella vasca, pensando che, dopo tutto, la fine del mondo non era ancora arrivata.


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