• chiarapesentiagost

Il male nascosto.

Quattro anni fa visitai Auschwitz e Birkenau insieme a mio marito e ai ragazzi. Era settembre, c'era il sole e ricordo che ad Auschwitz una cosa mi colpì immediatamente, una volta oltrepassato il cancello con la terribile scritta "Arbeit macht frei": le casette tutte uguali, di mattoni, ordinate e in fila.

Se non fosse stato per il filo spinato, a prima vista sarebbe potuto sembrare un qualsiasi villaggio operaio del Novecento, e se non fosse stato per il silenzio irreale che vi regnava, nonostante i vialetti fossero gremiti di gente di varie nazionalità, sarebbe potuto sembrare un luogo come un altro.

Entrando nelle casette, però, tutta la potenza del male che quelle facciate neutre riuscivano a celare quasi perfettamente, esplodeva nelle fotografie sulle pareti, nei cumuli di scarpe, occhiali e capelli di coloro che lì dentro avevano vissuto, o erano transitati soltanto.

A Birkenau, invece, il male è evidente fin dal principio, fin dal binario che porta verso l'inferno delle baracche con i letti a castello e le latrine e a quel che rimane dei forni crematori, e non basta una giornata di sole di fine estate ad abbellire l'abominio di quel luogo che ti costringe a guardare in faccia l'enormità del male di cui l'uomo è capace.

Ma sono l'ordine e il decoro delle casette di Auschwitz a rivelarti davvero quanto possa essere pericoloso il male quando si ammanta di normalità.


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