• chiarapesentiagost

L'alibi

Dei piccoli colpi ripetuti sul vetro della finestra, in piena notte, come di qualcuno che bussa piano per non svegliare i vicini, ma con l’urgenza che hanno le brutte notizie.

Pina si alza dal letto e trascina i piedi scalzi sul pavimento di graniglia fino alla finestra, al pianterreno di quel casermone di centocinquanta appartamenti. Si porta una mano alla bocca, quando vede che dietro al vetro c’è Grazia. Non è molto diversa dalla ragazzina che un giorno è uscita di casa scortata da un’assistente sociale e non vi è più tornata, nemmeno quando avrebbe avuto l’età per poterlo fare.

Sta appoggiata con una mano alla cornice della finestra, i capelli arruffati, lo sguardo allucinato.

Pina apre la porta, la scruta. Alla luce dell’ingresso, i vent’anni che sono trascorsi dall’ultima volta si vedono tutti.

«Cosa ci fai qui?» le domanda, mentre Grazia si guarda intorno nervosa, indecisa se entrare o no.

«Vieni dentro, Pasquale è al lavoro,» aggiunge, distogliendo lo sguardo.

Grazia entra, si mette a sedere sulla sedia di formica che occupava quando abitava lì. Trema tutta.

Pina continua a fissarla, cercando di capire se si tratti di un’apparizione, di quelle che popolano le zone di confine tra il sonno e la veglia.

«Ho ucciso il mio compagno.»

La voce di Grazia è un colpo di pistola a bruciapelo.

«Che hai fatto?»

Pina si lascia cadere sulla sedia all’altro capo del tavolo.

«Ho dovuto. Mi picchiava.»

Pina si nasconde il viso tra le mani, poi, di colpo, si alza in piedi, le indica la porta.

«Devi andartene di qui, subito!»

Grazia la fissa con tutto il disprezzo di cui è capace. «Ma tu devi aiutarmi, “mamma”! Almeno stavolta.»

Pina impallidisce, ma decide che la difesa migliore è il contrattacco.

«Vuoi mettermi nei guai, eh?» si sforza di mantenere il volume della voce basso, perché le pareti sembrano veline, in quel palazzo-dormitorio, e tutti sanno tutto dei propri vicini in tempo reale; la voce le esce strozzata.

«E Pasquale? Cosa dirà Pasquale quando ti trova qui, dopo tutto il fango che gli hai buttato addosso? Tre anni di galera si è fatto, per colpa tua!» continua.

Grazia ha una strana luce negli occhi: «Hai sempre fatto finta di non vedere. Ancora adesso lo difendi…»

Pina volta la testa dall’altra parte, come ha fatto tante volte, quando Pasquale andava a dare la buonanotte a Grazia, chiudeva la porta della cameretta dietro di sé e ci restava troppo a lungo. Troppo a lungo.

«Cosa vuoi da me?» si arrende.

«Devi dire che ero qui con te, che sono stata qui tutto il tempo.

Hai capito?»

«Ma scopriranno subito che è una bugia: lo sanno tutti che io e te non ci vediamo da vent’anni…»

Grazia sbatte i palmi delle mani sul tavolo, che rimbomba, nel silenzio.

«Me lo devi, non ti pare?»

Pina si passa le mani sul volto, sembra più vecchia dei suoi cinquantasette anni, più fragile, adesso che ha smesso di difendersi.

«Lo farai?»

«Sì.»





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