• chiarapesentiagost

Cheddonna, il Belvedere e le Louboutin.

Aggiornamento: 10 gen

«Sabato andiamo a Macugnaga!» aveva annunciato Miomarito, riemergendo dalla cantina con l’attrezzatura da trekking di quando era scapolo.

«In montagna? Ma non c’è ancora la neve!» si era lamentata Cheddonna, alzando un sopracciglio.

«Non importa, faremo una bella camminata da Pecetto allo Zamboni e poi, se, è una bella giornata, potremmo arrivare al lago delle Locce. IlPrincipe ne sarà entusiasta. Adesso lo chiamo.»

Cheddonna non ne era altrettanto certa: da quando il figlio frequentava l’università, erano sempre più rari i momenti in cui la famiglia si trovava riunita.

Quando Miomarito aveva chiuso la telefonata, però, il suo sguardo trionfante l’aveva convinta a ricredersi.

«Allora è deciso: passa lui a prenderci sabato alle sei e si parte!»

Cheddonna aveva provato ad opporsi a quella che lei giudicava un’idea alquanto discutibile: «E NonnaNenna? Alla sua età non può fare tutta quella fatica! No, davvero, andate voi, io resto volentieri a casa a farle compagnia…»

NonnaNenna, che aveva ascoltato la conversazione, aveva battuto le mani: «Macugnaga? Ci andavamo spesso, il nonno e io. Una volta, quando eravate piccole tu, Cheddolce e i vostri genitori siete venuti a trovarci lassù. Rammenti, cara?»

Cheddonna ricordava un’estate di cui le erano rimasti impressi i colori accesi, e la sensazione dell’erba tenera sotto i piedi nudi.

«Tu e NonnaNenna potreste salire al Belvedere con la seggiovia,» aveva proposto Miomarito. «Certo, l’impianto è un po’ datato, ma è comunque sicuro», aveva aggiunto.

Così, il sabato mattina di buon’ora, erano partiti; arrivati a Pecetto, Miomarito e IlPrincipe si erano inerpicati su per la salita al Belvedere, dove avevano dato appuntamento alle due signore.

Sulla seggiovia, NonnaNenna ammirava il paesaggio sottostante, mentre Cheddonna, che non aveva rinunciato a indossare il tacco 12 nemmeno in quell’occasione, teneva d’occhio con apprensione il dondolio delle sue Louboutin, a penzoloni nel vuoto.

Giunto al primo pilone, infatti, il seggiolino su cui le due donne erano sedute aveva avuto un piccolo sobbalzo e una delle preziose scarpe era volata giù, nel fitto del bosco.

Cheddonna aveva lanciato un urlo disumano e si era attaccata al cellulare, per fornire a Miomarito e a IlPrincipe le coordinate del punto di caduta, per quanto precise potessero essere, conoscendo il suo scarso senso dell’orientamento.

Intanto, la seggiovia era arrivata al Burki, e Cheddonna, toltasi anche l’altra scarpa per poter camminare senza inciampare a ogni passo, si era trascinata fino al secondo troncone, rimanendo in costante contatto telefonico con Miomarito e IlPrincipe.

«Ancora nulla?» aveva mormorato, affranta, quando finalmente lei e NonnaNenna avevano toccato terra, giunte al Belvedere.

La sensazione di benessere che aveva provato nello sfiorare l’erba con i piedi nudi, l’aveva riportata indietro di decenni, a quel ricordo quasi dimenticato.

Il prato, della stessa sfumatura del verde “Green bee” di Pantone, era perfino più soffice del tappeto in memory foam del suo bagno, e per un attivo le aveva fatto dimenticare la sua perdita.

Seduta con NonnaNenna a uno dei tavoli del bar, Cheddonna ammirava il panorama e si godeva l’aria frizzante sul viso.

In fondo, un paio di scarpe non valgono tutto questo, le aveva detto NonnaNenna, e lei quasi quasi si era trovata d’accordo, ma solo quando aveva visto sbucare dalla salita la suola della sua scarpa perduta, rossa come il volto di Miomarito, che la brandiva a mo’ di trofeo, la sua felicità era stata completa.




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