• chiarapesentiagost

Cheddonna e la gita alla miniera del Lavanchetto (parte prima).

“Ecco, lo zaino è pronto. Ci ho messo dentro: due bottiglie da due litri di acqua, le tavolette di destrosio, due barrette energetiche ai cereali, un thermos di tè col dolcificante, due mele e, naturalmente, i k-way, perché in montagna non si sa mai, “aveva esclamato Cheddonna, accingendosi a uscire dalla baita Walser che lei e Miomarito avevano preso in affitto in quel di Macugnaga.

Forse un tantino esagerato, aveva pensato tra sé Miomarito, ma, come dicevano gli antichi: “melius abundare quam deficere…”

Sulla soglia, però, si era arrestato di colpo. “Non vorrai davvero salire alla miniera del Lavanchetto con quelle scarpe!”, aveva esclamato, fissando le décolleté tacco 12 di sua moglie.

“Ovviamente sì, perché?” si era schermita lei.

“Perché per una salita del genere servono assolutamente degli scarponi!

Cheddonna aveva incrociato le braccia: nella sua vita da adulta si potevano contare sulle dita le volte in cui aveva dovuto fare a meno del tacco 12, ma Miomarito era stato irremovibile; perciò lei ne aveva approfittato per trascinarlo in un vorticoso giro di compere tra i numerosi e fornitissimi negozi di articoli sportivi del paese, alla ricerca di un paio di scarponi che non fosse troppo orribile per i suoi gusti.

Dopo averne scartati almeno trenta modelli tra quelli più trendy e tecnochic sul mercato, e aver portato Miomarito a un livello di esasperazione da shopping che non ricordava di aver provato nemmeno durante il periodo dei saldi, Cheddonna aveva optato per un paio di scarponcini di Vuitton, modello “Laureate”.

“Almeno hanno la suola carrarmato…” aveva sospirato Miomarito, mentre il negoziante batteva lo scontrino.

“Almeno non sono orribilmente piatti”, aveva commentato Cheddonna, guardando con aria critica il mezzo tacco in gomma delle sue nuove calzature, “ma… è proprio necessario che indossi questi cosi?”, aveva tentato di dire, per l’ultima volta.

Miomarito, provato nel corpo e nello spirito da mezza giornata di peregrinazioni da un negozio all’altro, su e giù tra Staffa e Pecetto, l’aveva squadrata con aria torva, e lei non aveva ritenuto saggio proseguire ulteriormente il discorso.

“Si è fatto tardi,” si era limitata a far notare a Miomarito, “forse è meglio che al Lavagnetto ci andiamo domani…

“Lavanchetto, si chiama Lavanchetto!” era sbottato lui, alzando gli occhi al cielo, “ma hai ragione: purtroppo oggi è troppo tardi per salire lassù. Sarebbe meglio andarci domattina.

Cheddonna aveva annuito, dissimulando abilmente il sollievo che provava in quel momento. “Hey, che ne dici se ci andiamo a prendere una bella cioccolata calda? Ci sono tanti bar, qui!

Miomarito l’aveva guardata, divertito: decisamente Cheddonna non si smentiva mai.

“Per te con panna e dolcificante, ovviamente!” e, prendendola sottobraccio, si era incamminato con lei verso il bar più vicino. (continua)



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