• chiarapesentiagost

Cheddonna e la gita alla miniera del Lavanchetto: la discesa. (terza parte)



“In meno di un’ora saremo giù,” aveva stimato Miomarito, dopo aver dato una rapida occhiata all’orologio e aver saldamente impugnato i bastoncini da trekking.

“Mah,” aveva obiettato Cheddonna, che non vedeva come fosse possibile che scendere da quel sentiero impervio potesse richiedere meno tempo di quanto ne avevano impiegato per salire.

Miomarito l’aveva guardata con sufficienza e, con passo elastico, aveva iniziato la discesa, seguito da una titubante Cheddonna, la quale, ancor più che all’andata, era piuttosto impegnata a guardare dove metteva i piedi.

Come aveva previsto, la discesa, tra rocce e radici, si presentava ricca di insidie, e Cheddonna procedeva cautamente.

“Su, su, cara, fa’ come me. Hop, hop, saltellando si scende più speditamente e si mantiene meglio l’equilibrio, vedi?” e, con quattro balzi, Miomarito si era portato diversi tornanti più giù.

Cheddonna, imperterrita, aveva continuato la sua discesa al rallentatore.

Dopo qualche minuto, superata la parte più critica del sentiero, Miomarito, sentendosi come la lepre della favola di Esopo, si era fermato ad aspettare Cheddonna, e, vedendola arrivare, aveva simulato un sonoro sbadiglio.

“Eccoti, finalmente! Adesso possiamo accelerare un po’ non credi? Qui non ci sono rocce o radici, solo questa meravigliosa distesa di foglie seccheeeeeeeee…

Mentre pronunciava queste parole, la suola in Vibram dei suoi scarponi ultratecnici non aveva potuto nulla contro lo sdrucciolevole tappeto vegetale, e Miomarito, con un doppio salto carpiato, aveva cominciato a rotolare giù per il sentiero, descrivendo giravolte e grand jetè

lungo i tornanti, sotto lo sguardo incredulo di sua moglie.

Dopo un tempo che a Cheddonna era sembrato infinito, Miomarito era atterrato in un mucchio di foglie secche, diversi metri più giù, dal quale era riaffiorato barcollante e con un pollice un po' ammaccato, ma tutto intero.

“Non riesco proprio a capire come sia potuto succedere,” aveva esclamato, allargando le braccia, incredulo, e fissandosi il dito che, come nei cartoni animati, si stava gonfiando a vista d'occhio.

Quando Cheddonna lo aveva finalmente raggiunto, dopo aver raccolto lungo il percorso nell’ordine: il suo zaino, un thermos di tè, un binocolo, un bastoncino, il cappello di lana, l’altro bastoncino e gli occhiali, aveva alzato gli occhi al cielo, poi si era seduta su un tronco caduto, si era sfilata gli scarponi e aveva estratto dal suo zainetto un paio di scarpe tacco 12 di un rosso che si intonava perfettamente con il colore che aveva assunto il pollice di Miomarito, dopo la caduta.

“Come dicevi, scusa? In montagna ci vogliono gli scarponi? Eh già…” e, con un sorrisetto di trionfo, Cheddonna era giunta alla fine del sentiero ben prima di Miomarito, lasciandolo, per una volta, senza parole.


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