• chiarapesentiagost

Non l'ho voluto

Oggi è sabato e sto andando a trovare Ethan. Al telefono mia suocera mi ha anticipato che questa volta Violet sarà presente, perché ha bisogno di parlarmi.

Durante il viaggio accendo la radio; la voce scoppiettante dei conduttori riempie l’abitacolo di parole che scacciano i pensieri, li mettono in pausa fino al prossimo silenzio.

Quando parcheggio l’auto davanti alla casa dei genitori di Violet, però, mi crollano in testa tutti insieme, mescolandosi ai ricordi.

Non sono mai riuscito a entrare in questa casa senza sentirmi come quando arrivi in ritardo a uno spettacolo già iniziato, con gli sguardi di disapprovazione degli altri spettatori incollati addosso: estraneo e fuori luogo. Per un momento considero seriamente l’ipotesi di non scendere dall’auto, di riaccendere la radio e di tornare da dove sono venuto. Se non fosse che mio figlio vive lì.

Suono il campanello e aspetto che qualcuno venga ad aprire, e dopo qualche secondo sento il suono familiare del pianto di Ethan, dietro la porta. È diverso dal pianto di quando era neonato; ha un che di ostinato, adesso, e il suono sembra spostarsi ora più vicino, ora più lontano. Mi provoca una piccola fitta di dolore, in qualche parte remota del cervello.

La porta si apre e dietro c’è la mamma di Violet con Ethan in braccio, che si dibatte per essere messo giù. È tutto sudato e ha il viso congestionato, ma ha smesso di piangere e mi fissa con curiosità.

Gli sorrido, e lui nasconde la faccia sulla spalla della nonna, poi si volta e mi tiene d’occhio, mentre io saluto mia suocera e lei mi fa cenno di entrare.

«Chi è?» chiede alla nonna, indicandomi. Lei gli risponde a bassa voce, con un’aria tra l’imbarazzato e il giudicante. Lui mi guarda fisso per un secondo, poi tira la manica di mia suocera fino a quando lei non lo fa scendere, va a prendere un gioco pieno di tasti colorati da una grossa cesta e si mette a giocare, senza fare più caso a me.

La mamma di Violet mi getta un’occhiata che non ha bisogno di sottotitoli. Mi ha sempre guardato in quel modo scettico, anche prima che nascesse Ethan e tra me e Violet le cose andassero come sono andate, e che smettessimo di crederci anche noi.

«È di là in salotto,» mi informa, mentre con uno straccio di lana lucida a uno a uno i pendagli del lampadario di cristallo dell’anticamera. Ethan alza gli occhi per un momento, attratto dall’arcobaleno che forma la luce sul muro di fronte, quando ci passa attraverso, ma subito dopo torna a guardare le luci intermittenti del suo giochino. Sembra completamente assorto, e non si volta nemmeno quando lascio la stanza.

Violet è molto più magra dell’ultima volta che l’ho vista. I capelli sono a caschetto, come nell’ultima foto su Instagram, ma di un rosso Tiziano che fa sembrare i suoi occhi nocciola ancora più grandi.

Niente vestiti anni Cinquanta, niente ballerine col fiocchetto; un paio di jeans stretti e una camicia azzurra, di lino, leggermente sbottonata, e delle sneakers dello stesso colore.

Quando entro in salotto mi sembra perfino che accenni a un sorriso, ma forse è uno scherzo della luce, che ha il potere di trasfigurare le cose, se sai giocarci.

«Ciao, Horace,» mi dice. Il sorriso di prima, se mai c’è stato, ha lasciato il posto a un’espressione che non riesco bene a decifrare, dopo più di un anno che ci sentiamo solo al telefono o via mail.

La mimica di un volto è qualcosa che si impara a leggere con gli anni, con la consuetudine. Non tutti hanno questa possibilità. Noi non l’abbiamo avuta. O io non ho imparato abbastanza.

Ricambio il saluto, e penso che forse Violet ha i miei stessi pensieri, in questo momento.

Vorrei trovare qualcosa di intelligente da dire, ma il mio cervello sembra uno di quei deserti della California in cui imperversano i rotola campo, nelle giornate di forte vento.

Lei mi precede, togliendomi dall’imbarazzo. «Non credi che sia ora?» mi dice, guardandosi la punta delle scarpe.

«Di che?». Le parole mi grattano la gola, prima di formare un suono, che esce storto, secco come la mia bocca, in questo momento.

Violet si passa le mani sugli occhi, le trattiene ai lati del viso. È bellissima, col trucco un po’ sbavato e quell’espressione né felice né triste.

Non è vero che tutte le persone sono più belle quando sorridono, anche se, fin da bambini, tutti ti dicono di sorridere quando qualcuno ti scatta una fotografia. Chissà perché.

Quando fotografo le persone non glielo chiedo mai.

«Di parlare del divorzio.»

Bum!

Fino a quando non la pronunci, una parola è solo una catena di lettere dotate di senso compiuto: astratta, asettica, indolore; è quando si traduce in suono che comincia a far male.

Divorzio. Non credo di aver mai considerato seriamente questa ipotesi. Cioè, sì, da più di un anno Violet e io non viviamo più insieme, e prima di oggi sapevo del suo nuovo taglio di capelli dalle foto di Instagram, ma mi ero fatto l’idea che in qualche modo tutto sarebbe tornato come prima.

Bastava volerlo.

Non l’ho voluto.



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